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BEST OF 2015 – “Riccardo & Clovis. Una grande storia d’amore”

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Se ti metti a parlare con Riccardo di mare, vela, barche, puoi non smetterla mai. E’ proprio l’entusiasmo di questo ragazzo nato a Como nel 1989 che mi ha contagiato quando l’ho conosciuto all’ultimo VELAFestival a Santa Margherita e che mi ha spinto a saperne di più dopo aver scoperto che vive a bordo di Clovis, un ketch in alluminio del 1983 che rappresenta anche il suo lavoro.

Equipaggio 1A casa mia si è sempre respirata aria di barche. Mio padre ha venduto barche a motore per oltre vent’anni. Poi, alla fine degli anni 90, si è reso conto che viveva per lavorare e non, come dovrebbe accadere, il contrario. E’ così che, da grande appassionato di vela con un mezzo giro del mondo alle spalle (fatto quando ancora il Gps non si usava…) è riuscito a trovare Clovis. Dai miei nove ai tredici anni non c’è stato un solo fine settimana nel quale non siamo partiti da Como per scendere fino ad Antibes, dove la barca era ormeggiata, per metterla a posto. Il mio compito? Infilarmi in tutti gli anfratti più scomodi e inarrivabili”.

Lavori lunghi… D’altronde stiamo parlando di una barca di ottantacinque piedi, costruita nel 1983 dal cantiere navale francese di Biot, su disegno dell’architetto Dominique Presles. “Quello che cercava mio padre in una barca, e che mi ha trasmesso, è prima di tutto la robustezza.
Figurati che quando il cantiere la costruì, non aveva grande esperienza nella lavorazione dell’alluminio. Anche per questo non risparmiarono su nulla: scelsero le stesse leghe di alluminio solitamente utilizzate dall’Airbus per costruire i propri aerei. E abbondarono decisamente nelle quantità. La piastra dell’albero misura un metro e mezzo per un metro e mezzo: assolutamente fondamentale per sostenere un albero di 28,5 metri! Anche il sartiame è ovviamente sovradimensionato”.

Interno pranzo
COSA VUOLE DIRE VIVERE IN BARCA

Mi riesce difficile riportare Riccardo a noi, perché potrebbe raccontarmi la storia di ogni singola vite. Quello che voglio capire è come si arriva a fare di una passione, quella per le barche e il mare, la propria vita.Avevo tredici anni quando mio padre ha deciso di mollare tutto e di trasferirsi a vivere su Clovis, facendola da subito lavorare come charter, ma senza mai legarsi a grandi compagnie. Io sono rimasto a Como per finire gli studi, ma in realtà trascorrevo tutte le estati a bordo con lui, imparando sul campo, anche perché i lavori manuali sono sempre stati la mia passione.
Appena terminate le scuole, sono partito per Montecarlo e ho trovato lavoro come cuoco, perché in quel momento mio padre aveva avuto problemi di cuore e Clovis era ferma in banchina. Ho trascorso per un anno le sere ai fornelli, mentre di giorno cercavo ingaggi ovunque. Se qualcuno mi diceva ‘ma sei un cuoco?’ rispondevo ‘no! Io sono un marinaio!’. Però c’erano problemi economici ed era necessario lavorare sempre.

Dopo diversi incarichi a bordo di barche a motore, alla fine sono stato scelto come comandante della barca di Loris Capirossi. Ahi, le barche a motore… “Nemmeno io le amo, ma è stata una grande esperienza, che mi ha fatto crescere moltissimo e mi ha preparato a quello che faccio oggi. Ci è capitato di prendere mare come mai prima di allora, anche nel Golfo del Leone! Poi, a dicembre del 2014, sono finalmente tornato a bordo di Clovis: mio padre mi ha, se così si può dire, lasciato il comando. Non sono più sceso”.

Come si riesce a mantenere una barca così impegnativa? “Tutto quello che guadagniamo con il charter viene, è così da sempre, reinvestito su Clovis. Lasciamelo dire: è facile gestire una barca del genere se hai tanti soldi: la vera sfida è farlo quando devi essere in grado di autosostenerti. Non prendermi per uno sbruffone, ma credo che a volte anche arrangiarsi possa diventare un’arte”.

Toglimi una vera curiosità: cosa deve avere chi vuole fare questo mestiere. “La prima cosa è la tenacia. Vivere in mare e far lavorare una barca non è facile. A parte pochissime eccezioni, qualunque lavoro tu faccia, sia esso breve o lungo, a un certo punto la giornata finisce e ti puoi riposare. In barca non è così. Qui tu puoi aver fatto tutto benissimo, ma se arriva vento o se succede qualcosa sei lì. La tua vita è in funzione della barca. E lei viene sempre prima di te. Ma quella tra me e Clovis è una grande storia d’amore. Questa è la mia vita: sono fortunato”.
Tratto dal GdV di settembre 2015

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