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LETTURE D’ESTATE Dalle Eolie alla Sardegna, passando per le isole campane/4

A bordo con il tuo tablet tuttofare
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lavezziGiovanni Porzio è uno dei più grandi reporter italiani e un appassionato velista. Nel suo libro “Il mare non è mai lo stesso” ha ricreato l’essenza del reportage, ovvero “riportare” da un viaggio notizie, ma anche racconti, sensazioni e immagini. Proprio da questo libro è tratto il racconto di cui trovate qui la quarta parte.

Sotto Capo d’Orso, nella Rada delle Saline, c’è una conca protetta dal mare: il vento entra a raffiche di 35-40 nodi ma il fondale è sabbioso, ottimo tenitore. Ed è lì che diamo fondo, in 6 metri d’acqua con 30 metri di catena. Blue Gal ci resterà due notti, senza arare di un solo centimetro. E senza spendere un euro.
E’ ormai settembre. I colori sono più saturi, quasi autunnali, e le giornate si accorciano. Gabriella è sbarcata e sono a bordo con mia figlia Margherita per un ultimo scampolo di crociera.

Al timone di Blue Gal si alterna tutta la famiglia

Al timone di Blue Gal si alterna tutta la famiglia

A Porto Rotondo, dove ci riforniamo di gasolio, i pontili si stanno svuotando: la stagione è già finita e i grandi scafi di metallo luccicante, arroganti, costosissimi (a Mazara il comandante di un motoryacht mi ha detto che consuma ogni giorno 5 mila euro di carburante), pieni di antenne, di televisori e di idromassaggi, con motori da migliaia di cavalli – ma a cosa servono, visto che al massimo si spostano di poche miglia per andare a fare il bagno a Mortorio? – stanno rientrando alle loro basi nella penisola.
Ai pontili sono ormeggiati tre panfili che incutono rispetto: il Cigno Nero, l’Owl, il Vistona dell’amico Giambattista Borea. Accanto a Blue Gal attracca Dream Keeper, uno sloop americano di 13 metri bene attrezzato con a bordo dei veri marinai: una gioviale coppia di San Francisco. Hanno mollato il lavoro e in cinque anni hanno girato il mondo. Si preparano alla traversata atlantica.
Noi invece salpiamo alla volta di Lavezzi, con una bella brezza di maestrale. è il vento che preferisco: asciutto, teso, costante; spazza il cielo e tinge il mare di blu inchiostro.
Prima di affrontare le Bocche ormeggiamo al molo di Cava Francese, a Santo Stefano: fino al 2007 l’isolotto era la base dei sommergibili a propulsione nucleare Hunter Killer della Sesta flotta americana. Ora ci si può sbarcare ed è un piacere arrampicarsi sulla collina tra i grovigli di lentisco fino alle cave di granito, ormai dismesse. Ci sono ancora gli attrezzi e le carrucole arrugginite, le case diroccate, i blocchi di pietra intagliata e un grande busto del gerarca fascista Costanzo Ciano, padre di Galeazzo, commissionato dal Duce e abbandonato alla caduta del regime.
Trentacinque anni di presenza militare hanno almeno impedito l’assalto delle ruspe, sempre in agguato sulle coste del Belpaese. E lo stesso vale per le isole che ospitano gli istituti di pena, come Pianosa o l’Asinara. A proposito di questa, rammento sempre lo sgomento provato nel rivedere dopo molto tempo la spiaggia della Pelosa a Stintino.

Il grande busto in pietra di Costanzo Ciano sull'isola di Santo Stefano

Il grande busto in pietra di Costanzo Ciano sull’isola di Santo Stefano

Ci ero stato negli anni Sessanta, con i miei genitori. Un pescatore ci portava in barca sulla spiaggia e tornava a prenderci nel tardo pomeriggio. Piantavamo un parasole ed eravamo soli: chilometri di sabbia bianca. Ogni tanto passava un pastore con le pecore o qualche guardia della colonia penale in cerca di un evaso. Per me, ragazzino, era un vero paradiso: nell’acqua verde smeraldo mi nuotavano tra i piedi sogliole, razze e branchi di cefali. Cercavo quel ricordo quando trent’anni dopo, al timone di Blue Gal, mi avvicinai al passaggio dei Fornelli. Scrutavo col binocolo e non mi raccapezzavo: dov’era la lunga lingua di sabbia bianca con le dune e i ciuffi di oleandri rosa? Poi la vidi: un gigantesco albergo di cemento, un tappeto di ombrelloni verdi, un formicolare di canotti e di materassini.
Risaliamo a est di Caprera con due mani di terzaroli e dopo un paio d’ore diamo fondo a Lavezzi, circondata da scogli color cenere affilati come i denti di un animale preistorico. Conficcata al centro delle Bocche, battuta dai rabbiosi venti dell’ovest, spoglia di vegetazione, cela un’anima bifronte: nelle rare bonacce è un’oasi di natura primitiva, di nascoste calette e piscine d’acqua cristallina; quando soffia il maestrale si trasforma in pochi istanti in un ancoraggio intenibile, in un sinistro mucchio d’ossa levigate dal mare.
Le ossa sono quelle dei settecento soldati partiti da Tolone il 14 febbraio 1855 a bordo della fregata francese di prima classe Sémillante agli ordini del comandante Gabriel Auguste Jugan. Era diretta a Odessa, alla guerra di Crimea. Alle 11 del 15 febbraio la fregata fu avvistata dal guardiano del faro di Capo Testa mentre, con la sola trinchetta, tentava il passaggio delle Bocche sconvolte da un fortunale di inaudita violenza. Un’ora dopo la Sémillante si schiantava contro la Punta de l’Acciarino, a sudovest di Lavezzi.

LETTURE D’ESTATE Dalle Eolie alla Sardegna, passando per le isole campane/1

LETTURE D’ESTATE Dalle Eolie alla Sardegna, passando per le isole campane/2

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1 Comment

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