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BEST OF 2014 Cino Ricci: “Io odiavo i velisti”

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thumb_900x60021Il più amato dei marinai italiani si racconta, dai giorni d’infanzia con i pescatori di Cervia alla mitica sfida di Azzurra, passando per il terribile Fastnet del 1979, fino a svelare il suo rapporto con le barche di oggi. Cinquant’anni di vela  raccontati con accento romagnolo. E quel giorno a Malta con Tabarly…

Se chiedete alle persone “normali”, quelle che non vanno per mare, per intenderci, chi sia il velista italiano più famoso, ancora oggi in tantissimi vi risponderanno Cino Ricci. Sarà che è stato il condottiero di Azzurra, la prima mitica sfida italiana all’America’s Cup, sarà che il suo accento romagnolo ha riempito le notti del Moro di Venezia, sarà che per primo è divenuto anche un volto televisivo. Saranno tutte queste cose insieme e altro ancora. A cercare di capirlo, ripercorrendo la sua vita, è stato Fabio Pozzo, grande giornalista, che insieme a Cino ha scritto il libro “Odiavo i velisti” (Longanesi, pp. 240, euro 16,40).

LA SFIDA DI COPPA AMERICA
28850002-198x300Impossibile non partire proprio da Azzurra, per iniziare a comprendere appieno Cino Ricci. Da quel giorno, nel febbraio del 1981, in una fredda Torino, quando Cino esce da un anonimo palazzotto grigio di Corso Marconi 10 e si mette al volante, in direzione Forlì. Negli uffici che ha lasciato, è stata presa una decisione che cambierà la sua vita. Perché è lì che ha appena incontrato l’uomo più potente d’Italia, Gianni Agnelli. “Ripenso alle parole dell’Avvocato. Ricci, mi ha convinto…(…) Ci credo, ma mi sembra ancora impossibile. Rivedo la scena. In principio l’Avvocato è un po’ scettico, ma poi comincia a crederci. Sì, Ricci, le credo, è un buon progetto… La facciamo… Ma dobbiamo trovare gli sponsor… Chi ci mettiamo? Alza il telefono, che rimane a mezz’aria, mi guarda e quasi indovinando il mio pensiero… No, no, la Fiat no… E si fa passare Barilla, Cinzano… Dice a tutti che si fa la Coppa America. (…) Io sono sorpreso. Non dice vedremo, mi lasci pensare… No, dice proprio: si fa… Con una raccomandazione soltanto, però… Ricci, non andiamo a fare la figura dei cioccolatai…”

IN VIAGGIO COL MORTO
Iniziano così i viaggi a Newport, sede della sfida americana, ma soprattutto la ricerca di un team. Non è ancora l’epoca dei velisti superprofessionisti (e ben pagati) della Coppa America di oggi. Molti sono studenti, ferrovieri, giocatori di basket. In Sardegna iniziano le selezioni, anche grazie a una sorta di concorso con il nostro Giornale della Vela. Ma c’è anche qualche velista di razza. Tra questi c’è un timoniere di Monfalcone, che ha già vinto diversi titoli italiani e partecipato a due Olimpiadi con il Finn prima di passare sulle barche d’altura. Il suo nome è Mauro Pelaschier. “Lo vado a prendere a Boston. Capelli lunghi, barba, vestito strano, sembra il Cristo di Jesus Christ Superstar. E’ messo come l’ultima volta che l’avevo visto, quattro mesi prima a una regata ad Ancona. Penso sia stanco del viaggio. Mi racconta che ha volato con una morta… Come con una morta? Sì, sì, una morta… La passeggera che gli sedeva di fianco è morta durante il volo, forse un infarto. Il personale di bordo ha chiesto a Mauro se potevano lasciarla lì… Lasséla, che tanto no disturba…”.

MARINAI SI PUO’ DIVENTARE
Cino ha il suo metodo per valutare i candidati. “Resto a osservarli, in mezzo agli altri. Sento come parlano, guardo come si comportano. Li faccio salire in barca, cambio loro le mansioni: alle volanti, ai grinder, alle drizze… Qualcuno lo scarto subito, altri dopo quattro o cinque giorni. Metto davanti il carattere e l’uomo alla tecnica e al marinaio. Sono convinto che marinai si possa diventare, per quello che serve su un 12 Metri, mentre per essere gli elementi giusti di un team bisogna averne le caratteristiche. (…) Arrivano, li metto insieme agli altri e li sto a guardare… Li osservo, cerco di capire se riescono ad amalgamarsi con gli altri, se riescono a entrare nel gruppo… Spesso, per capire di che pasta sono fatti, uso anche metodi piuttosto empirici. A tavola, quando arrivano le portate, chi si butta per primo e sceglie è quasi fuori”.

QUI COMANDO IO
Ricci è un leader nato, per carattere e forma mentis. “L’ideale per me è comandare. In principio mi va bene anche stare al timone, perché voglio dimostrare quanto valgo alla barra, ma poi non vedo altro che il comando. Del resto, da bambino sognavo di comandare una nave da guerra, mica di fare il cannoniere”. Anche a costo di scontrarsi con chi mal sopporta le sue scelte. “Decidere e fare è più forte di me. L’ho sempre fatto, non ho mai avuto padroni, nessuno mi ha mai dato ordini. E so quello che devo fare e come farlo. Io mi sento alla guida del plotone che deve conquistare quota 88 e pretendo che gli altri pensino solo a fornirmi i fucili e le baionette. La Coppa America sono io, voi mi dovete mettere a disposizione le risorse e i materiali necessari e basta… L’obiettivo, solo l’obiettivo”. Tra chi, in quell’avventura, mal sopporta il modo di fare di Ricci c’è Gianfranco Alberini, segretario dello Yacht Club Costa Smeralda e futuro presidente del Consorzio. Questione di modi di fare. Alberini ex ufficiale della Marina Militare, vestito di bianco. Ricci gira scalzo, la diplomazia non la conosce. E quando Alberini soprende l’intero equipaggio nella piscina dello yacht club che si lava (chi vestito, chi nudo) dopo un allenamento, sbotta in un sibilo: “Pezzenti…”.

Australia contro Azzurra

Australia contro Azzurra

 

LA FOLGORAZIONE FRANCESE
La prima sfida italiana alla Coppa America sarà poi un grande successo, con Azzurra che riuscirà a raggiungere le semifinali della Louis Vuitton Cup. Ma Cino Ricci non è stato solo Azzurra. Il suo rapporto con il mare e con le barche viene da molto più lontano. Da quando bambino aveva il porto canale di Cervia come campo giochi e i pescatori come amici. Studiare non è il suo forte e finiti gli studi, tra un rocambolesco viaggio in moto fino a Capo Nord e le battute di caccia, inizia a lavorare nell’azienda di costruzioni di famiglia. Poco a poco si avvicina al mondo della vela agonistica, in anni nei quali l’Adriatico era molto indietro rispetto ai circoli del Tirreno, per non parlare di quelli francesi e inglesi. Cino decide che per imparare deve andare all’estero, a seguire i corsi dei Glénans. E ne rimane folgorato. “Questa vela ha per me il valore della rivelazione. Ci credo, mi identifico. (…) A bordo sanno fare di tutto, riparare qualsiasi cosa, cucire qualsiasi vela. Ed è giusto così: sono consci che lontano da terra se succede loro qualcosa non possono certo chiamare il carro attrezzi… Sanno che devono cavarsela da soli. (…) è come affacciarmi al sole dopo essere stato per anni chiuso in una stanza buia”.

IL RICHIAMO IRRESISTIBILE DEL MARE
“Il mare fa sentire la sua voce ed è per me un richiamo irresistibile. Ce l’ho dentro, non posso farne a meno. E quando, per qualche ragione, mi allontano, devo per forza fermarmi e ritornare nel mio elemento. Come i delfini”. Si moltiplicano le regate, soprattutto all’estero, persino negli Stati Uniti. “A Chicago gareggio con una barca francese. Sono i giorni del lancio del film Jaws (Lo squalo, è il 1975) e abbiamo uno dell’equipaggio che dorme a bordo. Andiamo tutti al cinema e la mattina dopo non troviamo più nessuno in barca. Ci mettiamo a cercare e alla fine scopriamo il nostro uomo nel magazzino del Circolo che dorme su una panca… Questa notte ho sentito sfregare sotto lo scafo e…”.

QUELLA LUNGA NOTTE AL FASTNET
Schermata 2014-12-19 a 15.38.36Ricci partecipa anche al mitico e tragico Fastnet del 1979, quello della tempesta perfetta, dei diciannove morti, delle ventiquattro barche abbandonate tra le onde, delle altre 194 ritirate su 303 partite; è a bordo di Vanina 2, il Prima Classe disegnato dall’australiano Scott Kaufman. E già alla partenza l’equipaggio si prepara ad affrontare il peggio. “E il peggio come previsto arriva mentre stiamo navigando nelle acque fredde e grigie dell’Oceano, a sud dell’Irlanda. Momenti che restano marchiati nella memoria… (…) Avanziamo verso il famigerato scoglio in sicurezza: abbiamo tolto lo spinnaker, ridotto la superficie della randa con una mano di terzaroli e, a prua, il fiocco. (…) Si fa buio rapidamente e le raffiche rinforzano: 35, 50 nodi. Siamo costretti a ridurre la randa a un fazzoletto. Mando un paio di uomini a prua, a mettere la tormentina, la vela piccola e resistente da burrasca… Quando scorgiamo la luce del faro siamo abbastanza sopravvento per poterlo passare agevolmente. è andata! Cosa che invece non riuscirà a molte altre barche, che non avranno la stessa nostra accortezza di mantenersi su una rotta sopravvento quando ancora sarebbe stato possibile. Ma la regata non è finita e il peggio deve ancora venire. Superato lo scoglio, siamo investiti dal grosso della tempesta. La pioggia cade orizzontale e si mischia con l’acqua salata che viaggia polverizzata, creando un pulviscolo che rende impossibile la visione controvento. Non ci sono altre barche intorno, la nostra radio è muta… Alla fine arriviamo fino in fondo sani e salvi e nei primi dieci”. L’unico tributo alla tempesta lo paga proprio Cino, che si rompe le ossa della mano sinistra tra i raggi della ruota del timone quando un’onda intraversa la barca.

COS’E’ IL VERO AMORE PER LA VELA
La mia passione per la vela, nonostante tutto, non c’entra proprio nulla né con la Coppa America, né con le regate in genere… è, piuttosto, un sentire che si perde nel tempo, che risale ai miei sogni a occhi aperti di quand’ero bambino… L’epopea dei pirati, l’era dei clipper (…) è, piuttosto, una passione che viene dai libri che ho letto… Cook, Nelson, Conrad, Slocum, Dumas…. I solitari francesi, Moitessier… Che viene dalle storie che mi hanno raccontato, dal mio avere il mare dentro fin da quando, piccolino, giocavo nello squero di Borgo Marina a Cervia”. Strano sentirlo dire (e immaginatevi il suo accento romagnolo, mentre leggete queste parole) da chi grazie alla più famosa delle regate è diventato famoso. Eppure… “Si può essere appassionati di vela anche senza avere la malattia della competizione? Sì, si può. Almeno, per me è stato ed è ancora così. Si può essere velisti anche senza fare regate… Velisti lo si è anche semplicemente quando si sale a bordo e non si può fare a meno di mettere a punto le vele se le si sente sbattere… (…) A me piace ancora andare in barca, ma senza l’obbligo di dover andare esattamente da qualche parte e senza l’assillo di dover battere qualcuno. Certo, anche a me non è dispiaciuto vincere, dimostrare che sapevo il fatto mio… Ma non l’ho mai voluto a tutti i costi”. Un po’ come quando si divertiva ad andare in barca a Vigo, in Spagna con Gianni Agnelli… “All’Avvocato piace lanciare la barca a tutta velocità e puntare la prua sulle navi in rada per schivarle all’ultimo istante… Rischiando grosso. E facendo incavolare la Capitaneria locale… In un’occasione ci inseguono addirittura con una motovedetta… I militari ci raggiungono, dopo averci intimato l’alt; si accostano e ci ordinano qualcosa con tono minaccioso. Io non li sento, ma scorgo i loro volti quando identificano la barca ed evidentemente qualcuno alla radio li avverte che c’è Agnelli al timone… Ci augurano una buona permanenza e girano i tacchi… Uno spasso!”.

RICCI, TABARLY E BONATTI
In tanti anni per mare Cino Ricci ha conosciuto tutti i più grandi. Come quella volta a Malta, a una Middle Sea Race, quando vede Eric Tabarly salire in testa d’albero del Pen Duick 3 solo con la forza delle braccia. “Una volta (…) gli chiedo quale sia il suo ideale di sportivo… Mi aspetto il nome di un velista, magari di un suo connazionale, e invece mi risponde Walter Bonattì. Bonatti, quello del K2?, gli domando un po’ stupito. Sì, Bonattì. Figurarsi, lo dice a me, che ho sempre seguito e ammirato Bonatti, tanto che volevo fare l’alpinista”. Restando sempre in tema di oceani, salta all’occhio il suo rapporto con Giorgio Falck. “Giorgetto, come lo chiamava la sua mamma, è socio dello Yacht Club di Genova e lo considero a lungo un velista con la cravatta, un velista dei salotti buoni, degli yacht club nobili. Ma sul suo conto mi accorgo poi di essermi sbagliato: quando ho modo di conoscerlo meglio scopro un uomo diverso da quello che pensavo fosse… è semplice nell’approccio e nel vestire, alla mano, ti mette a tuo agio”.

CON RAUL GARDINI, AMICIZIA VERA

Raul Gardini

Raul Gardini

Ma è con Raul Gardini, l’uomo che portò il Moro di Venezia a vincere la Louis Vuitton Cup, che si instaura un rapporto speciale. “Raul è un uomo brillante, orgoglioso, ambizioso. (…) Un uomo di visioni, di grandi sfide… Parliamo della vela italiana alle Olimpiadi, delle medaglie che non vinciamo mai, e lui… Cino, prendiamoci la Federazione. Ti presenti alle elezioni, facciamo una campagna come si deve, e poi ci organizziamo per le Olimpiadi come per la Coppa America. I migliori allenatori, i medagliati come lepri e vedrai che i risultati arrivano… E tu sarai il presidente! Eh no, questo no, gli faccio io… A parte il fatto che nella Federvela non puoi fare quello che vuoi, nemmeno se siedi al vertice, perché c’è il Coni, c’è la politica, io poi proprio non potrei fare il presidente con il carattere che mi ritrovo…”. Ricci sarà in contatto con Gardini fino a poco prima della sua morte, “Sono convinto che Raul scelga di morire per orgoglio, per non farsi vedere umiliato, per non dare soddisfazione ai suoi nemici. (…) Me lo dice lui l’ultima volta che ci vediamo. Cino, me in galera an i veg…”.

LA VELA E IL PROGRESSO
Il mondo, da quando Ricci ha mosso i primi passi nella vela, è cambiato grazie alla tecnologia. “Tutto è diventato più facile… Può essere anche un bene, però abbiamo perso per strada il valore del mito. Anche sul mare. (…) Non voglio fare la parte di quello che borbotta e basta, che pensa che si stesse meglio prima, lungi da me… Però… Però io ho accumulato esperienza piano piano, crescendo. Guardavo le nuvole e i segni per prevedere le condizioni meteo, stimavo le distanze e la velocità per avere un punto nave appossimato… Mi ci sono voluti anni per imparare a navigare. Ora, invece, possiamo contare su scotte indistruttibili, su vele che non dovremo mai cucire, sul Gps che ci dà sempre la posizione esatta, sui modelli meteo che arrivano direttamente sui palmari, sui tablet. Tanti più velisti, ma sicuramente meno marinai. E a me, che sono nato prima marinaio, i velisti sono tornati a starmi sulle palle”.

I testi di questo articolo sono tratti dal libro “Odiavo i velisti”, di Cino Ricci con Fabio Pozzo, edito da Longanesi (240 pagine, euro 16,40). Trovate l’articolo completo sul numero di agosto de Il Giornale della Vela

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