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Pierre Sicouri, un gigante sia in mare che in montagna

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imageVelista di fama internazionale, alpinista, imprenditore di successo, Pierre Sicouri è figura che rifiuta ogni etichetta, ogni facile definizione. Ora una biografia scritta dall’amico Cesare Bieller prova ad alzare il velo, a raccontare al grande pubblico un uomo innamorato dell’avventura, geniale, eccentrico.

imageLA BIOGRAFIA DI SICOURI
Si intitola “Pierre Sicouri. Sul filo del vento” (pp.106 – euro 14) il nuovo titolo in uscita per Alpine Studio. Quando nel 2006 venne conferito il titolo di membro onorario delle Guide alpine di Courmayeur a Sicouri, Walter Bonatti lo presentava così: “Quest’uomo viene dal mare ed è stato lentamente attratto dalle montagne. Ci si può chiedere cosa abbiano in comune due attività così estreme. Credo il modo di affrontarle. Tu, amico mio, proprio in virtù del tuo modo di essere, non potevi che approdare al mondo delle montagne e diventare alpinista dell’estremo e guida del Monte Bianco. Questo riconoscimento della più vecchia Società delle Guide alpine italiana e una delle più prestigiose scuole di alpinismo del mondo ti onora e ci rende fieri”.

UN’OPERA DALLA LUNGA GESTAZIONE
Bieller aveva pure cominciato a scrivere prima della prematura scomparsa di Sicouri – egli morì, dopo una lunga battaglia, di un male incurabile nel 2009, a 56 anni – e l’opera ha avuto dunque una lunga gestazione. Essa si concentra sulle mille imprese di questa figura mai banale. Al suo attivo Sicouri ha venti traversate oceaniche, quattro giri del mondo, due transatlantiche in solitaria, due Ottomila, tanto Monte Bianco, la sua passione.

“GUARDA CHE E’ UNA COSA SERIA”…
Nel libro vengono svelati anche aneddoti divertenti. Uno per tutti: qui si racconta anche di quella volta in cui Bonatti, una sera, di passaggio a casa di Sicouri prima dell’ascesa del Dru, lo ammonì dicendogli “Guarda che è una cosa seria” e gli infilò nello zaino un salame che poi si rivelò indispensabile durante la traversata della parete Nord del massiccio del Monte Bianco, l’indomani.

IL RIFUGIO DEDICATO A WALTER BONATTI
Ancora: c’è l’imprenditore (sempre di buon cuore) da raccontare oltre all’avventuriero. E qui si svela di come Sicouri fu interprete di un ambizioso progetto che gli permise di rifornire di nuove coperte tutti i bivacchi della Valle d’Aosta. Intento che riuscì a realizzare anche con l’aiuto delle guide, dei figli, della moglie Paola e di Walter Bonatti, tutti improvvisati sherpa. Ancora di più, in una sorta di ideale ringraziamento per la gioia che la montagna gli regalava, insieme all’amico Sergio Favre e a Flavio Guichardaz, egli finanziò e fece costuire, sopra la Val Ferret, un rifugio che dedicherà a Walter Bonatti. Non meno entusiasmanti sono le pagine dedicate alla sua carriera in mare: dalle prime esperienze con Giorgio Falck alle vittorie sul catamarano F18 con il figlio Rafael.

IN MONTAGNA NON TI SERVE “L’OGGETTO”
“Appena salgo in barca con mio figlio, come in cordata, ma ancora di più, c’è di colpo un feeling comune, una gioia incredibile. Voliamo affidandoci alla sensibilità di due dita. In mare ci vuole l’oggetto, è questa la grande differenza con la montagna che è invece accessibile a tutti. Basta solo un paio di scarpe sportive, a patto che non si vada troppo in alto. Faccio due passi con Raffi e troviamo delle marmotte che ci fissano un istante, fischiano e fuggono”.

Di seguito riportiamo l’ultima intervista che ci rilasciò Pierre Sicouri nel 2006:

L’ULTIMA INTERVISTA CHE PIERRE SICOURI RILASCIO’ AL GIORNALE DELLA VELA
“La vela è una cosa stupenda, non tutto. La mia è sempre vissuta di sogni e di passione. Sono molto felice se sono riuscito a trasmettere questa visione ai miei tre figli, tanto più in un periodo dove ormai conta solo il risultato”. Pierre Sicouri

Riportiamo di seguito l’ultima l’intervista con Pierre Sicouri pubblicata in esclusiva sulle pagine del Giornale della Vela, agosto 2006.

imageVALORI SICOURI
Dovete scusarci. Prima delle domande sull’Atlantico, Falck e i giri del mondo, i trimarani e i miti della vela, abbiamo deciso di iniziare l’intervista con Pierre Sicouri (c’è bisogno di presentarlo?) da una foto di famiglia. Quella che potete vedere a lato: manca il figlio Raphael, regatante attivissimo anche lui ma è talmente bella che non abbiamo resistito. Caro Sicouri, non le sembra lo spot della famiglia (velica) felice? Siete davvero così?

Pierre Sicouri – Penso che di famiglie che vanno in barca e amano il mare ce ne siano tante altre. Di certo noi siamo originali: abbiamo fatto pochissime crociere, di quelle classiche, ma in compenso mi sono ritrovato al Tour de l’Europe con mio figlio che aveva 14 anni. Oppure abbiamo trasferito Spirit, tutti insieme da Roma a Genova, beccandoci una sciroccata epica. Ma non c’è un filo logico o la ricerca continua di veleggiare in gruppo.

GdV – Però la passione per i catamarani non può negare sia un vizio di famiglia.

P. S. – Evidentemente… Ma non mi sarei aspettato che Lara e Silvia cogliessero quel risultato ai Sailing Games in Austria e poteva andare meglio. La cosa divertente è che non le avevo mai seguite da vicino e che volevo seguire l’ evento ISAF con un obiettivo: spiare l’australiano Bundock, mio avversario sulla F. 18 che riesce sempre a partire in testa che ci siano dieci o centocinquanta barche. Ma come fa?

GdV – Molto “sicourista” questa serenità d’animo. Ammetta però che si è emozionato per le perfomances delle figlie

P. S. – Ho cercato di non caricarle e di far loro apprezzare il bellissimo evento a cui stavano partecipando. E sono stato orgoglioso di quanto hanno fatto nella sfortunata Medal Race: grinta, sangue freddo e tanto fair play.

GdV – Passiamo al maschio, Raphael. C’è chi come Mario Andretti si ritrova a correre sulle piste della Formula Indy contro il figlio e non vuole mollare anche per questo. Meneghin, monumento del basket, si è ritirato praticamente dopo essersi tolto lo sfizio di affrontare il figlio. Lei è un caso ancora diverso: regata con il suo erede.

P. S.- è meraviglioso. Sull’ F. 18 abbiamo costruito passo dopo passo un perfetto affiatamento, all’inizio ero una sciagura e mi ribaltavo continuamente: del resto non avevo mai timonato una barca di questo tipo nella mia carriera. Ascoltandolo in base alla sua maggiore esperienza e allenandomi sono arrivato al livello tecnico neccessario per creare un vero equipaggio. Le prime vittorie ci hanno dato grande soddisfazione perché le abbiamo costruite insieme. Non è retorica.

GdV – In che misura questa classe le ha consentito di divertirsi così tanto, con il plus di avere un figlio a prua?

P. S.- Moltissimo. Non esiste una barca che permetta di consentire un confronto con i campioni delle classi olimpiche, del Tornado nel nostro caso specifico, senza avere una preparazione olimpica. Ovvio che per qualcuno è un limite. Ma per un cinquantenne malato di vela come il sottoscritto è un pregio.

GdV – Paola Pozzolini, sua moglie e madre di Raphael, dice che il figlio ha preso un’altra peculiarità paterna: la visione tutta “corinthian” della vela. Conferma?

P. S.– Assolutamente. La vela è una cosa stupenda, non tutto. Mi rendo conto che per alcuni bisogna conquistare il risultato a tutti i costi, me ne sono accorto anche seguendo i miei ragazzi ai Sailing Games. Nelle loro classi c’era uno spirito, in quelle olimpiche un altro. Sia chiaro, non mi scandalizzo: già ai miei tempi c’era gente come Colas che partiva per una transat con il piede maciullato perchè doveva farlo, per le esigenze dello sponsor, per la paura di restare senza soldi. Ma questa era un’altra vela. La mia ha sempre vissuto di sogni e passione. E sono molto felice se è la stessa di mio figlio, come sostiene Paola.

GdV – Quasi un miracolo pensando a come è cambiata la vela. Ma si stava davvero meglio quando non si guadagnava nulla?

P. S. – Una premessa: fatico a capire il motivo per cui debba essere pagato e spesato per girare i verricelli in una regata di medio livello. Ma se il metodo attuale è questo, chi sono io per criticarlo? Giorgio Falck non ci stipendiava ma esistevano già i rimborsi spese, i viaggi con le facilities, gli alberghi per le mogli e le compagne. Però, non toglietemi la convinzione che il sistema di oggi tolga il piacere di rischiare, della grande sfida, dell’avventura a vela. Quello che avevano tanti della mia generazione.

GdV – Falck è un uomo e un velista che ha formato una coppia decisamente unica con Sicouri. Senza scomodare il bellissimo pezzo scritto da lei sul GdV, in occasione della sua scomparsa, proviamo a inquadrare definitivamente il personaggio?

P. S. – Tecnicamente straordinario: sempre un passo avanti gli altri, talvolta sin troppo ed era lì che nascevano le “falckate”, quelle per cui era preso in giro dal mondo della vela. Sognava, intuiva e agiva. Preparando giri del mondo, inventando soluzioni tecniche, acquistando o facendo costruire barche mai comuni.

GdV- E come armatore?

P. S.– Gli va riconosciuto un merito immenso: ha dato la possibilità a tantissimi ragazzi italiani, senza guardare alle origini veliche o sociali, di fare esperienza. Fermo restando un nucleo storico, è stato veramente “fuori uno, dentro l’altro” con pochissime delusioni. Bellissimo, probabilmente irripetibile.

GdV – Ricordiamo qualche nome?

P. S. – Guido Grugnola, Enrico Sala, Paolo Martinoni, Jacopo Marchi, Andrea Henriquet, Matteo Caglieris… Nessun professionista, ma tutti super professionali. Una tribù di persone che si trovava talmente bene che dopo otto-dieci mesi su una barca in regata aveva ancora voglia di stare insieme per una settimana, a casa mia. Oggi è impossibile.

GdV – Con questa serie metterà in crisi i più giovani e i non addetti ai lavori oceanici. Meglio magari raccontare la storia di D’Alì, l’ultima grande intuizione della “tribù”.

P. S. – Bien, lui è il miglior marinaio italiano e probabilmente anche il miglior velista.

GdV – Leggenda vuole che il battesimo del fuoco l’abbia avuto con voi.

P. S. – è una storia vera: aveva 12 anni quando lo abbiamo imbarcato a Rapallo per un trasferimento sul Guia Bribon. Sino a quel momento lo avevamo notato perché faceva il prodiere sul 420 di sua sorella ed era perennemente in mare o in banchina. Ci siamo imbattuti in una maestralata epocale nel golfo del Leone, altro che buriane del giro del mondo! Io volevo che lui restasse in cabina per non rischiare di perderlo in mare. Invece, a forza di insistere, è riuscito a vivere la tempesta per tutto il tempo con noi. Ed è arrivato talmente stremato a Palma di Maiorca, che il dottore gli ha ordinato di restare in hotel per una settimana. Lì mi sono detto: ma quanta passione ha questo ragazzino? Come vive la vela?

GdV – Complimenti allora. Ci ha preso.

P. S. – Non conosco italiano che abbia più passione di Pietro per la vela e il mare: mette in crisi persino me… Ha un eclettismo straordinario e il coraggio di rischiare, vedi la Solitaire du Figaro dello scorso anno. è l’unico nostro velista che possa vincere un giro del mondo.

GdV – A dire il vero lo ha già vinto Soldini, ma sembra passato un secolo.

P. S. – Non lo conosco bene, le nostre rotte non si sono mai incrociate. Ha avuto molto coraggio nel passare dai monoscafi che gli hanno regalato le giuste soddisfazioni ai trimarani ma i risultati non lo hanno ripagato. Un po’ me l’aspettavo, i migliori ormai sono a un livello praticamente irraggiungibile per chi inizia e sono troppo tecnici. Lui invece è un ottimo navigatore, secondo me farebbe bene a ripensare ai monoscafi. Ma ha ancora voglia?

GdV – Invece come vede Caracci?

P. S.- Bravissimo. Ha fatto molte cose nella vela, diversissime tra loro. E ora sta puntando tutto sulla Mini Transat. Ha le capacità tecniche e soprattutto la motivazione per emergere.

GdV – Da corinthian e amante della OSTAR, cosa ha provato un anno fa seguendo Manzoli?

P. S.- Nessuna invidia, tantissimo affetto. La sua vittoria mi ha reso felice perchè Ciccio ha sempre creduto in questa regata, ha lavorato seriamente, è un grandissimo tecnico. Infine è un antieroe. Così lontano da quei solitari francesi alla De Kersauson, che vivono nel culto della loro personalità. Tremendi.

GdV – Quale opinione si è fatta dell’ultima Volvo Ocean Race?

P. S. – Mi è sembrata una regata troppo tirata con barche pericolose, quasi dei monomarani, e decisamente non a punto. Senza scomodare i miei tempi, dove senza dubbio ci si divertiva di più, mi pare che la formula non sia quella giusta, al di là del fatto che un giro del mondo richiede budget spaventosi. Da quando ha perso quella componente epica che non mancava anche ai tempi di Blake o Felhmann ha perso interesse. è anche vero che al giorno d’oggi diventa quasi impossibile puntare sull’avventura. Per la mia generazione di velisti, ogni regata fuori dal Mediterraneo era una novità incredibile. E non c’erano così tante immagini, i siti internet, e via dicendo.

GdV – Tre velisti per la sua Hall of Fame?

P. S. – Peter Blake: mai visto uno così attento alla preparazione tecnica di una barca. Darren Bundock: l’ho battuto una sola volta nella F. 18 e mi è sembrato un miracolo. Jerome Poncin: l’ultimo esploratore, per certi versi vive ancora nel 1500, vagando per tutti i mari alla ricerca di posti mai toccati dall’uomo. La sua ultima impresa è stata trasferire delle renne dalla Georgia del Sud alle Falkland, naturalmente a vela. Non è straordinario?

GdV – Sicuramente. E a chi non si sente Poncin e vuole semplicemente fare il navigatore, cosa si può consigliare?

P. S. – Di uscire dal seminato, di partire senza avere pretese e con una borsa leggera. Non è retorica: il mondo è ancora pieno di imbarcazioni che cercano equipaggio e solcano i mari più lontani. La vela, se lo si vuole davvero, è ancora un sogno realizzabile.

3 Comments

  1. franco ha detto:

    proprio vero: il denaro non è tutto….
    ma senza quello cosa avrebbe fatto ?

  2. gianfranco milone ha detto:

    Ho avuto l’onore e il piacere di regatare con con Pierre sui mitici Guia dell’ingegnero (cosi veniva chiamato da Jieposn)Grande signore, sia in barca che a terra. Stare in sua compagnia era un piacere.Anche nei momenti difficili sapeva infondere in tutti sicurezza e tranquillità. Ed è vero:grazie a lui ed all’ingegnero, molti oscuri velisti come me hanno potuto godere di momenti e di avventure fantastiche, ed imparare! grande Pierre rimarrai sempre tra i miei più cari ricordi.

  3. old barns ha detto:

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