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“Posso dirlo? Di Azzurra non me ne importa niente. Trovo anzi estenuante il gran parlare che se ne fa, sui giornali e alla tv, per una gara che va avanti ormai da mesi, già segno questo, per me, che è cosa per gente che ha tempo da perdere”. Così scriveva su “Il Giorno” del 21 agosto 1983 il giornalista Massimo Fini, facendo infuriare l’allora direttore del Giornale della Vela Mario Oriani. Quel “gran parlare” citato da Fini altro non rivela che la simpatia e la passione che Azzurra, con cui l’Italia esordì in Coppa America (venendo sconfitta in semifinale della Louis Vuitton Cup dagli inglesi di Victory 83), suscitò nel pubblico italiano trent’anni or sono. La gente tutto a un tratto scoprì la vela e se ne innamorò: “Quando tornammo da Newport – racconta Riccardo Bonadeo, attuale Commodoro dello Yacht Club Costa Smeralda, allora manager del consorzio di 16 aziende che sostenne la sfida di Azzurra – trovammo ad accoglierci all’aeroporto la folla tipica del mondo calcistico. Cino e Mauro (Ricci, skipper di Azzurra, e Pelaschier, il timoniere, ndr) non la smettevano di firmare autografi”. Per tutta la durata della Louis Vuitton i ragazzi di Azzurra tennero un basso profilo: “Eravamo gli ultimi arrivati, gli ‘underdog’. Vent’anni prima, Beppe Croce e l’avvocato Agnelli si erano sentiti dire, dal presidente Kennedy, che l’Italia non era ancora pronta per la Coppa. E invece Azzurra non solo ben figurò, chiudendo al terzo posto la Louis Vuitton, ma si tolse anche la soddisfazione di ‘suonare’ Australia II, la barca che strappò l’America’s Cup agli statunitensi di Liberty guidati da Dennis Conner”.

Foto. Carlo Borlenghi

Foto. Carlo Borlenghi

 

IL SEGRETO DEL SUCCESSO
Il successo sportivo e mediatico di Azzurra fu il frutto di vari fattori: “Nel periodo in cui andò in scena la Coppa non si tennero altri eventi, il Mondiale di calcio era finito l’anno prima: gli eroi italiani, in quei mesi, furono i due marinai barbuti Cino Ricci e Mauro Pelaschier, furono i ragazzi dell’equipaggio, velisti per passione prima che per professione. Inoltre il pool di persone attorno al quale ruotò il progetto di Azzurra rappresentò un mix davvero irripetibile: il principe Karim Aga Khan, l’Avvocato Agnelli, l’allora commodoro dello Yacht Club Costa Smeralda Gianfranco Alberini, il giovane architetto Andrea Vallicelli (con Nicola Sironi e Vittorio Mariani) e io, che inventai la forma giuridica del consorzio di aziende per sostenere la sfida”. Con l’Avvocato alle spalle, racconta Bonadeo, reperire gli sponsor era un gioco da ragazzi: “Agnelli mi faceva venire a prendere alle 6 del mattino, da Milano mi recavo a Torino e una volta nel suo studio, mi sedevo di fronte a lui: ‘Allora Bonadeo, cosa le serve?’, mi chiedeva. ‘Mi serve tutto’, rispondevo io. ‘Bene, da chi vuole cominciare?’. “Non saprei, Pininfarina, la Fiat?’. L’Avvocato alzava la cornetta e il gioco era fatto. Mi ricordo un episodio sul ‘reclutamento’ di Pininfarina: quando Agnelli lo chiamò gli dissero che era impegnato con il presidente del Senato. ‘Passatemelo lo stesso’ disse l’Avvocato: il giorno dopo mi presentai da Pininfarina con il contratto in mano, e lui firmò senza sapere esattamente quello che gli stavo proponendo, di Coppa America non sapeva quasi nulla”. Le aziende erano entusiaste di partecipare al consorzio: “Tra gli sponsor c’era anche Alitalia – ricorda Bonadeo – e ci trattava con i guanti. Una volta macinati i primi risultati sul campo di regata, l’entourage di Azzurra venne promosso dalla economy class alla business. In caso di emergenze, se il volo era pieno venivano fatti scendere i passeggeri per far posto ai ragazzi di Azzurra. Una volta avevo la necessità di tornare in Italia con la massima urgenza: il volo era in overbooking, e mi fecero viaggiare accanto al pilota!”. Il “la” alla partecipazione di un team italiano in Coppa America risale al 1981: Pasquale Landolfi, top manager della Montedison si assicurò, pagandola di tasca propria, un’opzione su Enterprise, un 12 metri di Sparkman & Stephens che aveva partecipato alle selezioni per il Defender dell’America’s Cup del ’77 e che l’amico di Cino Ricci, Tom Blackaller, aveva indicato come potenziale barca lepre per Azzurra. Il consorzio acquistò Enterprise per 25 mila dollari dopo che Landolfi e l’amico Mario Violati (della famiglia dell’acqua Ferrarelle) erano usciti di scena. “Il successo ha tanti padri, la sconfitta di solito ne ha uno solo”, scherza Bonadeo. “Un altro grande protagonista fu il commodoro Gianfranco Alberini: assieme a me, si occupava di ogni aspetto organizzativo: mi ricordo come ci sentivamo, durante uno dei nostri viaggi per capire dove stabilire la base di Azzurra nel periodo della Louis Vuitton, passeggiando per le strade di New York. Vedevamo questi grandi grattacieli, e ci chiedevamo con l’umiltà naif tipica degli emigranti italiani cosa cavolo ci saremmo venuti a fare negli USA, contro quei mostri di americani. Trovammo un college femminile a Newport, il Salve Regina, che divenne la nostra base: e college rimase anche durante le regate. Si trattava di una vela diversa, fatta prima di tutto da esseri umani: gli equipaggi dormivano in branda (io in una palestra), poteva capitare che passasse il presidente Beppe Croce e che si mettesse a giocare a ping pong con qualcuno dei ragazzi. Altri tempi”.

Azzurra

1987: CHALLENGER OF RECORD
Nel 1987, all’edizione dell’America’s Cup di Fremantle, gli italiani si presentarono con due consorzi, quello di Azzurra (sempre iscritta sotto l’egida dello YCCS, che era stato scelto come Challenger of Record) e quellodi Italia, sostenuta dallo Yacht Club Italiano. Nonostante alle spalle di Azzurra ci fosse un pool di 23 aziende, e il consorzio potesse contare su tre barche (Azzurra II, III e IV) non si andò oltre la metà classifica: “Che cosa è andato storto? Tutto – si risponde Bonadeo -, dato che in Italia siamo insuperabili nel farci la guerra in casa. Una sola sfida avrebbe concentrato risorse e talenti: siamo bravissimi a inventare le cose, ma non siamo in grado di ripeterci. Una volta sconfitti, c’era anche l’ipotesi di una terza sfida, se solo avessimo tenuto compatti i ranghi e dimostrato maggiore umiltà nell’affrontare la debacle. Poi però la Coppa ritornò in mano ai tycoon, la cosa non ci piacque e gettammo la spugna”.

Foto. Xaume Olleros

Foto. Xaume Olleros

LO SPIRITO DI AZZURRA RIVIVE
A trent’anni dall’avventura di Newport Azzurra regata ancora ai massimi livelli. La nuova Azzurra, un modernissimo e tecnologico scafo classe Transpac 52, armato dal socio dello YCCS Alberto Roemmers, porta i colori della barca che fece sognare gli italiani. “Proprio come nell’83, non voglio che lo scafo e le vele siano ricoperte di loghi e sponsor, idealmente l’imbarcazione deve rappresentare una nazione. Chi crede che la vela sia soltanto un veicolo di marketing, non ha compreso il vero spirito dello yachting”. Niente Coppa America, però. Al massimo, se Grant Dalton, amico di Bonadeo (“Il più grande velista di tutti i tempi”), fosse disponibile, lo YCCS potrebbe presentare un equipaggio alla Volvo Ocean Race.

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