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Best of 2013 – 65 nodi!!! Questo motoscafo è una barca a vela

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Fermiamoci un momento e riflettiamo bene: 65 nodi. Chiudiamo gli occhi e ripetiamocelo lentamente più volte nella testa: 65 nodi di velocità con una barca a vela. In un’epoca in cui tutti la sparano grossa, raccontano con disarmante semplicità di avere navigato con 40 nodi di vento, come se 20 fossero pochi, e di avere affrontato onde di 10 metri, perché pare che quelle di 5 non facciano più impressione, la notizia dei 65 nodi di velocità (65,45 per la precisione) rischia di passare inosservata. Il che sarebbe delittuoso, dato che questa “non è fantascienza, ma scienza”.
Sì, una barca a vela, Vestas Sailrocket 2 dell’australiano Paul Larsen, è riuscita ad andare a 121 chilometri orari, catapultando la storia della navigazione a vela dentro una nuova era, fino a poco fa sconosciuta. Poco importa che questo sia un record, anzi meglio non parlarne proprio, perché si rischierebbe di perdere di vista il fatto sensazionale. 65 nodi è un dato talmente “oltre” rispetto a qualsiasi velocità raggiunta in precedenza da qualsiasi mezzo a vela (barca, windsurf o kitesurf che sia) che merita molta più attenzione di una semplice iscrizione nel registro dei primati di velocità.

UN’IDEA NATA NAVIGANDO SUI MULTISCAFI
Il balzo in avanti compiuto da Paul Larsen è storico. La cronologia della sfida dell’uomo alla ricerca della massima velocità a vela, racconta che ci sono voluti tredici anni per passare da 30 a 40 nodi e che ne siano stati impiegati ben venti per abbattere il muro dei 50. Poi, in soli cinque anni, si è arrivati direttamente a 65 nodi, senza neanche passare per i 60. E’ accaduto tutto in Namibia, a Walvis Bay, in un magico novembre del 2012 quando Paul Larsen ha volato sull’acqua (che là è sempre piatta, anche quando il vento soffia forte) con il suo Vestas Sailrocket 2, vedendo finalmente diventare realtà un sogno durato dieci anni. Già, perché al velista australiano, da tempo residente in Inghilterra, l’idea di diventare l’uomo più veloce del mondo con una barca a vela era venuta all’inizio di questo millennio, quando aveva fatto parte di diversi equipaggi in regate transoceaniche e attorno al mondo sui maxi multiscafi.
Mentre i suoi compagni si impegnavano semplicemente a far andare la barca al massimo, lui si domandava anche come mai un trimarano di 30 metri potesse andare così veloce e iniziava a fantasticare su nuove soluzioni e su velocità impossibili. Quando scriviamo che Paul Larsen ha volato sull’acqua, intendiamo dire che ha sfrecciato sulla superficie del mare e ci dimentichiamo che, invece, lui ha anche volato nel vero senso del termine. E’ successo con il suo primo prototipo di Sailrocket (che tradotto significa proprio “razzo a vela”), sul quale l’abitacolo era posizionato all’estrema poppa.
Quando la barca prendeva velocità, la prua iniziava ad alzarsi, a prendere portanza e, diverse volte, Larsen si è ritrovato a fare delle capriole all’indietro in cielo e ad atterrare rovinosamente sull’acqua. “Una volta” – racconta la sua compagna, Helena Darvelid – “è uscito dal pronto soccorso con la testa talmente gonfia che non riusciva più a infilarsi il casco. Il che fu un bene, perché altrimenti avrebbe subito tentato un’altra corsa”. Quando si parla di “corsa”, va ricordato che il record assoluto di velocità a vela è calcolato sulla velocità media registrata su una base misurata di 500 metri. Con Vestas Sailrocket 2, infatti, Paul Larsen ha perfino toccato la punta massima di 68 nodi (126 chilometri orari).

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FUNZIONA COME UN WINDSURF GIGANTE
Il suo secondo “razzo a vela” è stato varato nel 2011 ed è un’evoluzione del primo Sailrocket, costruito nel 2004 e più volte modificato (all’inizio aveva addirittura una vela in tessuto). Oltre a essere sensibilmente più grande, con una lunghezza e larghezza di 12,20 metri contro i 9 m del primo prototipo e con una superficie dell’ala aumentata da 16 metri quadri a 22 mq, la più grande differenza sta nell’abitacolo del pilota posizionato in avanti, per mantenere la prua sempre a contatto con l’acqua. Certo, parlare di lunghezza e larghezza per una barca a vela come Vestas Sailrocket 2 è abbastanza relativo. Queste misure, infatti, si riferiscono agli elementi principali che la costituiscono: ovvero una fusoliera che ricorda nella forma quella di un aliante, dalla quale parte una traversa della stessa lunghezza, ma con una sezione a profilo alare, all’estremità della quale è posizionata l’ala rigida. Ora, bisogna immaginare che questa struttura a “L” non naviga dritta, ma ruotata con un angolo di 20° rispetto alla direzione della rotta.
Per capirci, quando Larsen guarda in avanti, i suoi occhi non sono rivolti verso la prua della sua fusoliera che, invece, è allineata esattamente contro la provenienza del vento apparente, per offrire meno resistenza aerodinamica possibile. Vestas Sailrocket 2 è di fatto un treppiedi che poggia su tre pattini del volume di 300 litri ciascuno e funziona come un windsurf gigante. Per prendere velocità parte al lasco e, man mano che accelera, posiziona la fusoliera al traverso rispetto alla direzione del vento reale, che coincide con i 20° di vento apparente. Orientati a questo angolo rispetto all’elemento longitudinale, quindi nella direzione di rotta, sono anche due dei tre pattini, mentre quello a prua, al quale è attaccata la pala del timone, è comandato da Larsen per dirigere il suo “razzo”.
Proprio come un windsurf, all’inizio dell’accelerazione Vestas Sailrocket 2 è difficile da controllare. Per questo, sul pattino di poppa c’è una pinnetta fissa che, una volta che la barca si stabilizza, viene sollevata. Alla massima velocità, invece, il pattino di sinistra, posizionato al piede dell’ala, si solleva completamente dall’acqua per diminuire l’attrito. Questo risultato è ottenuto dal profilo alare della traversa e dall’estensione orizzontale dell’ala stessa che generano la portanza necessaria per far navigare Vestas Sailrocket 2 il più “leggero” possibile, a pelo sulla superficie dell’acqua.
La vela (dal profilo asimmetrico – quindi la barca può navigare sempre e solo in una direzione e al termine di ogni corsa deve essere trainata al punto di partenza con l’ala abbattuta), ancora una volta come sui windsurf, è inclinata per creare quel perfetto equilibrio tra portanza verticale e forza laterale che genera la più efficiente spinta in avanti. Al funzionamento di questo perfetto sistema aero e idrodinamico influisce il foil che ha un piano di deriva inclinato allo stesso angolo della vela per lavorare in coppia sulla portanza e la spinta. Per combattere il fenomeno della cavitazione, anche il suo profilo è asimmetrico e la sua sezione è a cuneo: a punta nel bordo di entrata e tronco in uscita.

1 Comment

  1. marco ha detto:

    Credo che chiamarla “barca a vela” sia come minimo riduttivo….
    In proporzione una formula 1 assomiglia di più ad una Panda di quanto il Sailrocket ad una barca a vela…

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