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Mini Transat flop o Mini successo? L’Italia non è pronta per un grande risultato?

Bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto per la spedizione italiana alla Mini Transat? Grande seconda tappa di Fornaro, penalizzato però dalla prima, brilla Beccaria, ma ancora una volta niente podio per i nostri. Cosa manca per vincere?

Tutti a buon porto. I ministi italiani (LEGGI QUI LE LORO STORIE) hanno tagliato il traguardo della Mini Transat a Le Marin, Martinica, gli ultimi in ordine di tempo sono stati Andrea Pendibene su Pegaso Marina Militare (28mo con il tempo della seconda tappa di 17 giorni, 8 ore e 7 minuti), Ambrogio Beccaria su Alla Grande Ambeco (42mo in 18 giorni, 10 ore e 11 minuti), Emanuele Grassi su Penelope (44mo in 18 giorni, 12 ore, 28 minuti).

Nella classifica generale il migliore risultato è quello di Andrea Fornaro su Sideral, quinto, Pendibene chiude 20mo, Beccaria 26mo, Grassi 42mo, Luca Sabiu e Matteo Rusticali sono stati costretti al ritiro per disalberamento nelle fasi iniziali della prima tappa.

Numeri e risultati alla mano, è adesso tempo dei primi bilanci della spedizione italiana in Oceano. Qualcuno dice “l’importante è partecipare” e a volte si tende a pensare, un po’ romanticamente, che nel mondo delle regate oceaniche l’importante sia arrivare al traguardo. Vero, umanamente giustissimo, ma sportivamente solo in parte. La barca all’arrivo bisogna portarla, ma alla fine in una regata a contare sono anche i risultati. Il “bravi tutti” va bene, ma sportivamente lascia il tempo che trova. L’Italia dei Mini ancora una volta era presente alla Transat, sei skipper, ma anche in quest’edizione torniamo a casa con poco. Una considerazione che non vuole sminuire la buona regata portata a termine da Andrea Fornaro su Sideral, che ha chiuso con un ottimo quarto posto nella seconda tappa, ma occorre anche interrogarsi sul perché, nonostante ci proviamo sempre, la vittoria o comunque il podio restano lontani.

Non è solo o sempre una questione di sfortuna, quella riguardò Giancarlo Pedote e quel maledetto bompresso rotto a poche miglia del traguardo nel 2012, sfortuna che ha colpito anche la seconda tappa di Ambrogio Beccaria (ancora il bompresso!), ma qui il problema è anche strutturale e non si può neanche ridurre tutto a una questione di budget. Almeno due dei nostri skipper in regata partivano con barche che avevano le carte in regola per essere competitive: Andrea Pendibene tra i serie aveva un Pogo 3 ma non ha mai lottato al vertice, Fornaro aveva un prototipo di ultima generazione, sia pur non al livello del Griffon di Lipinski, ma ha pagato soprattutto nella prima tappa la preparazione sviluppata in poco tempo a causa del cambio di categoria a pochi mesi dal via (LEGGI QUI IL PERCHE’).

Allora la questione potrebbe essere anche di metodo e qui entra in gioco Ambrogio Beccaria. Alla fine il vero exploit sportivo è quello dello skipper milanese di Alla Grande Ambeco nella prima tappa, chiusa sesto con un Pogo 2 davanti a molte barche di ultima generazione e a sole 4 ore dal primo. Performance che Beccaria stava ripetendo anche nella seconda, se non fosse stato costretto al pit stop per la rottura del bompresso. Ha poi rimontato posizione su posizione a testa bassa, nonostante altri problemi tecnici dovuti alla collisione con un oggetto, a conferma che l’armonia con la sua barca era totale. Da notare che le prestazioni del Pogo 2 di Ambrogio, rispetto a tutti gli altri Pogo 2 della flotta, erano nettamente superiori, tanto da farlo stare nella bagarre dei Pogo 3 di vertice con diverse barche di ultima generazione alle sue spalle.

Se si studia l’avvicinamento di Ambrogio a questa Transat si noterà che è stato lo skipper italiano che più si è confrontato con i francesi, andando a partecipare ad alcune regate importanti del circuito di oltralpe. In passato ai fini della qualifica era obbligatorio partecipare ad alcune regate francesi, adesso non più, ma Beccaria lo ha comunque fatto  e i frutti si sono visti. Se a ciò si aggiunge che da diverse stagioni sta portando avanti il suo progetto navigando sempre sulla stessa barca, sviluppandone le prestazioni anche con un programma vele mirato, e testato, a migliorarne le performance in Oceano, si capirà perché la sua performance finale non è frutto del caso, ma un mix di talento, tanto, e preparazione ben ragionata.

Come dicevamo, molto bene ha  fatto Andrea Fornaro, il migliore dei nostri in classifica generale a conferma della sua qualità, merita senza dubbio i complimenti per una seconda tappa condotta all’attacco, da guerriero, una regata tatticamente di alto livello e un risultato, il quarto posto di tappa e quinto finale, di grande valore. Ma resta, a maggior ragione, l’amaro in bocca per una prima tappa dove lo skipper italiano ha pagato dazio un po’ alla sfortuna e molto in termini di feeling con il mezzo: la scelta di iniziare la campagna con i serie rendendosi conto poi di non potere completare la qualifica, con il conseguente cambio di categoria, potrebbero avere condizionato il risultato finale. La storia non si fa con i se e con i ma, ma guardando avanti occorre pensarci su. 

E allora la riflessione è aperta. Questa Mini Transat, ritornando sul titolo di questo articolo, è stata un Mini flop per la nostra vela o un Mini successo? Dobbiamo accontentarci di partecipare, pensando che il mondo della vela francese resti, almeno momentaneamente, inarrivabile? Possiamo essere contenti del fatto che, comunque sia andata, i nostri skipper e il nostro movimento abbiano avuto visibilità su questo palcoscenico? Forse si, ma solo in parte. Sarebbe bello anche, a un certo punto, riuscire in qualche modo a scrollarsi quella sorta di “complesso di inferiorità” che in Oceano, soprattutto rispetto al movimento francese, ci vede eternamente alla rincorsa, molto sognatori e poco vincenti. Una bella sfida per gli skipper, ma anche forse per tutti gli addetti ai lavori che potrebbero, ognuno a suo modo e nel proprio piccolo, contribuire: i media (a volte siamo troppo buoni e “scarsi” in analisi?), l’associazione di classe, la federazione, gli sponsor. Pensiamoci su, partecipare è bello, ma vincere non è tutta un’altra storia?

Mauro Giuffrè

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