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Cronaca di una vita da cani (ovvero a bordo di un Mini 650)

Da soli, in oceano, su una barchetta dagli spazi vitali ridotti, senza aiuti da terra: vi raccontiamo la vita da cani di chi si prepara ad affrontare la Mini Transat

miniTra pochi giorni andrà in scena l’Avventura con la A maiuscola. L’1 ottobre da La Rochelle (Francia), 81 coraggiosi navigatori solitari prenderanno parte all’edizione 2017 della Mini Transat. Circa 4.000 miglia di navigazione senza gps cartografico né collegamenti con la terra (solo un vhf) fino alla Martinica con uno stop alle Canarie. In gara, ci saranno anche sei italiani: Andrea Pendibene, Ambrogio Beccaria, Emanuele Grassi, Matteo Rusticali, Andrea Fornaro e Luca Sabiu. Prima di farvi conoscere le loro storie, però, è bene chiarire la difficoltà di quello che stanno per intraprendere.

Provateci voi, a vivere tra le onde dell’Atlantico su una “scatola infernale” di sei metri e mezzo con gli spazi vitali ridotti al minimo. Sapete come funziona la vita a bordo di un Mini?

COME SI VIVE SULLA SCATOLA INFERNALE

Sei metri e mezzo di lunghezza, tra 1,5 e 2 mt di immersione (a seconda che sia un prototipo o un serie), un albero tra gli 11 e i 12 metri, e un’altezza interna che sfiora il metro e mezzo. Per diverse settimane, non meno di tre e per alcuni anche di più, la vita dei ministi si svolge all’interno di questa scatola infernale. Il pozzetto, sia alle portanti che di bolina, non appena il vento sale sopra i 10 nodi, viene spazzato dall’acqua: sui Mini non esiste il prolungamento della tuga come sugli IMOCA 60 e l’acqua invade tutto quando le velocità sono elevate.

All’interno gli spazi vivibili sono pochi e angusti. Nei punti cruciali viene stivata l’attrezzatura indispensabile: vele, utensili, pezzi di ricambio, cambusa e abbigliamento tecnico. Tutto va spostato da sopravvento a sottovento, da prua a poppa, a ogni cambio di bordo o variazione di intensità del vento, lo skipper nei rari momenti di riposo si “accuccia” dove può, generalmente disteso sul fondo della barca su un cuscino o un materassino, spesso anche seduto se le condizioni non consentono la posizione orizzontale, in una scomodità generale difficilmente riproducibile su qualsiasi altra barca da regata.

La navigazione quotidiana di un minista è fatta di piccoli e grandi gesti, tutti molto faticosi. Dai bisogni primari (come mangiare e dormire) in poi nulla è scontato. Inutile dire che non c’è posto per un vero wc su queste barche, ma un “comodo” secchio servirà a sostituirlo. La cambusa è un’altra fonte di sacrificio: soprattutto per la seconda tappa, imbarcare cibo fresco sarà difficile dato lo spazio che occupa e in volumi così ristretti è un lusso che non ci si può permettere: occorre lasciare spazio all’attrezzatura. Il menù degli skipper è principalmente a base di cibi liofilizzati, che occupano pochissimo spazio. Tutti i ministi però non rinunciano a qualche piccolo snack, qualche barretta energetica da stivare qua e la e da tirare fuori dopo una manovra faticosa o in un momento di abbattimento: serve a ridare energie velocemente e a tirare su il morale, piccole gioie quotidiane in una vita fatta di grandi sacrifici.

UNA VITA DA CANI IN SEI PUNTI

1. Quando la navigazione si fa dura e bagnata si indossa la TPS (thermal protection survival), serve a mantenere la temperatura corporea e a donare un minimo di confort nel caso in cui lo skipper sia costretto a riposarsi in pozzetto in semi veglia.

2. Tutte le manovre del mini sono adeguatamente demoltiplicate e rigorosamente rinviate in pozzetto. Lo skipper deve riuscire a eseguire quasi tutte le operazioni senza spostarsi dalla sua postazione, va a prua solo nel caso in cui deve issare una nuova vela, terzarolare il fiocco o verificare qualcosa nell’attrezzatura.

3. All’interno della barca, ingombro di attrezzature, si dorme ricavando uno spazio in base alle necessità di assetto (per esempio, più peso a prua, a poppa, sopravento).

4. Oltre a vivere a bordo, bisogna anche navigare e dunque trovare lo spazio per fare la rotta. A bordo solitamente non c’è quindi un vero tavolo da carteggio. Il punto di riferimento è il minuscolo schermo del gps non cartografico, lo skipper cerca poi un angolo dove stendere qualche carta nautica per fare dei punti e orientarsi meglio.

5. L’interno della barca dei prototipi ha un grosso ingombro in più: il sistema per azionare la chiglia basculante, fatto con una serie di rinvii e pulegge, che toglie ulteriore spazio vitale all’uomo.

6. La paratia di prua è stagna: in caso di collisione con un oggetto in quella zona dello scafo la galleggiabilita della barca non viene compromessa e lo skipper può isolare la zona. Più complessa l’eventualità di una collisione con la chiglia.

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