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Peter Blake, la vita al massimo di un marinaio “immortale”

Peter Blake, l'immortale. Vi raccontiamo le gesta di quello che è considerato, da molti, il più grande velista del XX° secolo (anche con le sue parole)


Qualche giorno fa vi abbiamo raccontato la terribile storia di Jurgen Kantner, rapito dai pirati di Abu Sayyaf alle Filippine e decapitato senza pietà. La vicenda ci ha ricordato (anche se la dinamica dei fatti fu molto diversa) quanto accadde a Sir Peter Blake, ucciso mentre era alla fonda con il suo Seamaster sul Rio delle Amazzoni da un pirata. Un grandissimo velista a tutto tondo: marinaio, regatante, salvatore dei mari. Un velista che vogliamo ricordare (anche con le sue parole). 

“Non prendere mai un no come risposta e non mollare mai. Se credi veramente in quello che fai
e ne hai la capacità, ce la farai. Nulla di più semplice”
Peter Blake

PETER BLAKE, L’IMMORTALE

Voleva vincere il giro del mondo: ce l’ha fatta dopo cinque tentativi consecutivi. Voleva la Coppa America: è riuscito a portarla in Nuova Zelanda e a difenderla. Voleva essere il più veloce: ha stabilito il record di circumnavigazione del globo a vela. Un pirata lo ha ucciso per un orologio sul Rio delle Amazzoni. Trasformandolo definitivamente in un mito

Il balordo Ricardo Colares Tavares, che il 6 dicembre del 2001 è salito a bordo della barca di Peter Blake e lo ha freddato con un colpo di arma da fuoco sparato alla schiena, non potrà neanche rendersi orgoglioso di avere creato un mito. Quando Blake è caduto morto all’istante sulla coperta del Seamaster, ormeggiato nella foce del Rio delle Amazzoni, era già un mito. Aveva 53 anni.

LA CONVINZIONE DI ESSERE UN GRANDE
Peter Blake ha compiuto un’infinità di imprese e pronunciato numerose frasi celebri. Con alcune di queste, la galleria Artrevolution di Queenstown, un paesino sull’isola del sud della Nuova Zelanda, ha addirittura realizzato un quadro dove si legge: “Per vincere devi credere che ce la puoi fare. Devi essere convinto. Devi veramente desiderare il risultato, anche se dovrai lavorare per anni. La parte più difficile di qualsiasi progetto è iniziare”.

In navigazione negli anni ’70 con il sestante

La convinzione nelle proprie capacità, ancora più della determinazione, è stata indubbiamente la qualità che ha portato Peter Blake a diventare uno degli uomini di mare più completi di tutti i tempi: è stato regatante, marinaio, velista, navigatore, esploratore e avventuriero.

Nato, nel 1948, e cresciuto ad Auckland in una famiglia che ha sempre posseduto barche, come tutti i velisti neozelandesi divenuti poi dei campioni, anche Blake iniziò a regatare da bambino sulla piccola deriva P-Class. Credendo molto in sé stesso, tanto da chiamare il suo barchino Pee Bee, le sue iniziali. A 18 anni vinse il campionato neozelandese di vela d’altura al timone di Bandit, un 23 piedi che si costruì da solo nel giardino della casa dei genitori. In pochi anni, quel ragazzone biondo alto un metro e 93 centimetri con l’aspetto di un vichingo divenne uno dei più forti velisti della Nuova Zelanda.

LA FEBBRE PER IL GIRO DEL MONDO

Peter Blake ha appena 25 anni quando viene chiamato a bordo del 24 metri inglese Burton Cutter per ricoprire il ruolo di capo turno in occasione della prima edizione della Whitbread, la regata attorno al mondo del 1973-’74. La barca è costruita da poco, non è affidabile e tappa dopo tappa perde i pezzi. Tuttavia, per Blake che professa la perseveranza come disciplina per raggiungere il risultato, quella esperienza rappresenta un punto di non ritorno.

La festa con Robin Knox-Johnston per la conquista del record di circumnavigazione del globo

La regata si disputa ogni quattro anni e nel 1977 lui è ancora una volta al via, su Heaths Condor, al fianco del mitico navigatore inglese Robin Knox-Johnston. La barca disalbera e si classifica all’ultimo posto, ma Blake ancora una volta non molla e, nel 1981, è di nuovo al via, questa volta come skipper di una barca che ha realizzato trovando i finanziamenti in prima persona: il 68 piedi Ceramco New Zealand disegnato da un esordiente Bruce Farr. In questa edizione della regata attorno al mondo, Blake dimostra cosa significa “non mollare mai”.

Blake (secondo da sinistra) alla Whitbread 81/82

Nella prima tappa, da Southampton a Città del Capo, disalbera. Organizza ugualmente un armo di fortuna e allunga la rotta di ben 1500 miglia per navigare alle andature portanti. Arriva al traguardo in diciottesima posizione su 26 barche. Nel 1985 è lo skipper di Lion New Zealand, ma è nell’edizione del 1989-’90, con il ketch Steinlager 2, che finalmente trionfa: arriva primo in tutte le tappe e vince il giro del mondo, 17 anni dopo il suo primo tentativo. In quel momento, è anche l’unico velista ad avere partecipato a cinque edizioni consecutive della Whitbread; tutte, dalla prima del 1973.

Il ketch steinlager 2

TROPPO PRESTO PER RITIRARSI

Nel frattempo, Peter Blake si è stabilito a Emsworth, nel sud dell’Inghilterra, dove ha conosciuto Pippa, con la quale si è sposato e ha avuto due figli: Sarah-Jane e James. Ora che ha vinto il giro del mondo non vuole più allontanarsi da loro e pensa addirittura di smettere con le regate, quando gli arriva una proposta alla quale non avrebbe mai pensato: diventare il capo di Team New Zealand per vincere la Coppa America. Ancora una volta il suo successo nasce da una sconfitta.

La famiglia Blake

Nel 1992, infatti, il suo equipaggio perde la finale della selezione degli sfidanti contro Il Moro di Venezia. In vista della sfida successiva, Blake torna quindi a ritrovare sé stesso in oceano e con il catamarano di 92 piedi Enza, insieme a un equipaggio che vede ancora una volta al suo fianco Robin Knox-Johnston, stabilisce quello che nel 1994 è il nuovo record di circumnavigazione a vela del pianeta: 74 giorni, 4 in meno rispetto al precedente primato.

Peter Blake si porta Enza fino a San Diego dove, nel 1995, porta via l’America’s Cup a Dennis Conner. Questo è l’anno in cui nasce la leggenda dei “calzini rossi”. Glieli regala la moglie Pippa come porta fortuna e lui li indossa ogni giorno di regata. La barca dei kiwi, con Blake a bordo, non perde mai una regata, così anche il resto dell’equipaggio inizia a indossare i calzini rossi imitati in poco tempo da tutti i neozelandesi. Per poter sentire di avere veramente vinto la Coppa America, Peter Blake decide di rimanere a capo di Team New Zealand anche per difenderla. Cosa che gli riesce nel 2000, respingendo l’assalto di Luna Rossa.

LA NUOVA AVVENTURA INTERROTTA

Dopo avere difeso la Coppa America, Peter Blake sente di avere un debito con il mare. Fonda la Blakexpeditions e con lo schooner di alluminio di 36 metri Seamaster (oggi si chiama Tara) parte per un viaggio nelle zone della Terra da salvaguardare per la tutela dell’ecosistema mondiale.

Blake in Antartide

Prima scende in Antartide fino a 70° di latitudine sud, dove nessuna barca a vela era mai arrivata; poi, naviga sul Rio delle Amazzoni. Alla fine di questa spedizione, però, termina anche la straordinaria vita di Peter Blake. Mentre stava lasciando l’Amazzonia, sette pirati di fiume assaltano il suo Seamaster. Blake cerca di difendere la barca e l’equipaggio con un fucile, ma viene colpito a morte. I banditi scappano rubando solo un motore fuoribordo e alcuni orologi. Chi lo ha ucciso è stato arrestato e condannato a 36 anni di galera.

Blake e Seamaster

IL MANIFESTO DI PETER BLAKE

Dopo la finale della XXX Coppa America, Patrizio Bertelli chiese a Peter Blake di scrivere la prefazione del libro Luna Rossa. Un testo che è diventato il “manifesto” del grande velista

La Coppa America è un trofeo molto ambito, ma che di rado ha cambiato mano. Questo non è uno sport per deboli di cuore. Non è impresa da prendere alla leggera o per capriccio. è una lotta tra velisti di Yacht Club sparsi nel mondo che vogliono disperatamente la stessa cosa: mettere le mani sulla Coppa. Il prestigio per il vincitore vale più di qualsiasi altro riconoscimento sportivo. è proprio vincere l’invincibile e fare l’impossibile che affascina uomini di mare, sognatori e miliardari. Ma la vittoria non arriva facilmente. Anzi, il più delle volte non arriva affatto. L’unico modo per vincere è continuare a partecipare, continuare a tornare, una volta dopo l’altra, con l’intimo convincimento di potercela fare.

peter blake

Esitare dopo il primo tentativo non fa parte delle regole del gioco. Ci vogliono persone straordinarie, con una motivazione ferrea, grande esperienza, attenzione per i particolari e dedizione incondizionata. E’ un gioco in cui, per quanto tu ti possa impegnare, per quanto tu possa essere motivato, per quanto tu possa essere disposto a spendere, la vittoria non è mai garantita. Per alcuni diventa una specie di droga. è un gioco che puoi arrivare a odiare profondamente, salvo poi scoprire che non puoi farne a meno, finché non vinci. Poi avviene la metamorfosi, o almeno è quanto è successo a me.

L’aver fatto parte di un equipaggio che è riuscito a conquistare una volta la Coppa America e a difenderla con successo mi ha liberato da quella terribile stretta alla bocca dello stomaco. Sono appagato. Sono guarito. Dormo bene la notte e faccio altri sogni. Nuove passioni stanno nascendo in me. Ma sia ben chiaro: gareggiare per la Coppa America è un gioco di passione, di sogni, dove in ogni momento di veglia (e di sonno) si ha sempre un solo e unico pensiero, quello di vincere, ma la vittoria è incerta fino a quando non la ottieni. La delusione e il disappunto fanno male anche quando sono gli altri a soffrirne, figuriamoci quando li sperimenti sulla tua pelle.

peter blake

Continui a chiederti “come?” e “perché?” per intere settimane, fino a quando non raggiungi la determinazione di doverci riprovare per non ripetere lo stesso errore, per fare meglio di prima, per essere migliore del resto del mondo, per essere il Migliore. E allora l’ansia si trasforma di nuovo in sogno e passione. Il pensiero di vincere non ti abbandona mai, ma è meglio lasciarlo da parte e concentrarsi su un nuovo obiettivo: essere il migliore, in tutti gli aspetti della nuova sfida. Nulla può essere lasciato al caso, nemmeno il più piccolo dettaglio.

Ma questo non succede solo perché sei tu a volerlo. Ci vuole un team di persone eccezionali, che condividano lo stesso sogno e la stessa passione e che non abbiano paura neppure del pronostico più sfavorevole. E’ la difficoltà della sfida che mette in moto l’adrenalina nelle vene infiacchite dalla delusione patita in precedenza. è la difficoltà di vincere che rende la Coppa America ciò che è. Non è un gioco per ammiragli da salotto. Non è un gioco per chi non è disposto a tornare. Non è un gioco per chi è debole di cuore.

La famiglia Blake con i mitici “calzini rossi” resi famosi da Peter

E’ il gioco per chi non ha paura di contrapporsi a quanto di meglio il resto del mondo ha da offrire. è un gioco dove vincere è quasi impossibile, quasi, ma non del tutto. Ed ecco perché vale la pena di battersi. è la difficoltà che dà un significato a qualsiasi lotta. è l’essenza stessa della vita. Agli uomini di Luna Rossa, voglio dire: ho ammirato la vostra sportività, la vostra tenacia e il vostro entusiasmo per la vita. Avete dato un’immagine molto positiva del vostro Paese.

I vostri connazionali saranno fieri di voi. Questa volta non avete vinto, ma di sicuro non avete perso. Perdi quando ti viene a mancare il coraggio per tornare. Non vincere fa parte del processo di apprendimento che porta al successo. Per le prossime sfide, vi auguro grande fortuna. Perché è anche una questione di fortuna. Ma non sarà facile. Le cose belle non lo sono mai.

Peter Blake

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