Tragedia in mare al largo di San Francisco lo scorso 14 aprile: una serie di onde anomale ha travolto "Low Speed Chase", un Sydney 38 piedi, scaraventandolo contro gli scogli delle Isole Farallon (27 miglia ad ovest del Golden Gate). Morti 5 degli 8 membri dell'equipaggio. La dinamica dei fatti nel racconto di Bryan Chong, uno dei superstiti. Si aprono le discussioni sulla sicurezza in mare.
Video: ecco lo spettacolare trasporto in elicottero del Sydney 38, dopo il naufragio alle Farallon
Video: in navigazione nel Gulf of the Farallones National Marine
Tragedia in mare al largo di San Francisco lo scorso 14 aprile: cinque uomini degli otto membri dell'equipaggio a bordo di un Sydney 38, "Low Speed Chase", sono morti a seguito di un'onda anomala che ha scaraventato l'imbarcazione sulle rocce delle isole Farallon, un piccolo arcipelago di isolotti e scogli affioranti a 27 miglia (navigando verso ovest) dal celebre Golden Gate. La disgrazia si è consumata nell'ambito della Full Crew Farallones Race: a perdere la vita Marc Kasanin, trovato morto dai soccorritori, e Alexis Busch, Alan Cahill, Jordan Fromm e Elmer Morrissey, tuttora dispersi, e quindi senza speranza di essere ritrovati in vita.
La vicenda ha aperto un acceso dibattito sulla sicurezza in mare, soprattutto tra i "profani": può sembrare che gli otto regatanti "se la siano andata a cercare", vista l'onda e il vento che soffiava quel giorno, ma da velisti sappiamo bene che non è così. Chi è in mare, naviga, chi è a terra, giudica, di dice. Di loro, uno era un professionista (Cahill), sei erano navigatori esperti e soltanto uno era alla sua prima regata lunga: "Tutti noi indossavamo i nostri giubbotti di sicurezza, e io ero anche legato alla life-line" ha spiegato in una lunga intervista-confessione a Sailing Anarchy Bryan Chong, uno dei tre superstiti.

LE DUE ONDE ASSASSINE
"Ci trovavamo a circa 128 yarde (circa 120 metri, ndr) dalle coste rocciose delle South Farallon, quando abbiamo visto un onda pazzesca, di quelle che non vedi neanche nei video da surfisti, dirigersi verso di noi". Cahill, che era al timone, non ha avuto scelta se non quella di dirigere la prua di "Low Speed Chase" nella direzione del frangente, che, investendo la barca, ha causato danni irreparabili: "Quando la barca si è raddrizzata - ha proseguito Chong - l'albero era spezzato, le vele stracciate, la zattera autogonfiabile distrutta. Io e Nick (un altro superstite) abbiamo subito cercato di aiutare i nostri compagni, che erano stati scaraventati in acqua, a risalire a bordo". Purtroppo il peggio doveva ancora venire: "Una seconda onda, altrettanto imponente, ha gettato la barca sugli scogli". Bryan e Nick - quest'ultimo con una gamba rotta - sono riusciti ad arrampicarsi sugli scogli e Jay, altro sopravvissuto, si è ritrovato intrappolato su una roccia, fortunatamente non investita dalla minaccia delle onde. Per gli altri non c'è stato nulla da fare.
"SIATE RESPONSABILI"
"Spero che questo incidente - ha concluso Chong - serva almeno a promuovere una discussione aperta sulla sicurezza in barca a vela. La più grande lezione che ho imparato quel giorno, tuttavia, non è relativa alle dotazioni di bordo, ma all'importanza di responsabilizzarci, in modo da garantire alla nostra persona una navigazione sicura: il nostro EPIRB ha funzionato a dovere - consentendo alla Guardia Costiera statunitense di localizzare la barca e i superstiti - ma chi ha controllato le batterie del dispositivo quella mattina? Non sono stato io e non ho neanche domandato agli altri se qualcuno l'avesse fatto".



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